L’importante è scegliere il promoter giusto

Vougue Hong Kong non sta raccontando solo moda e bellezza. Io ci leggo la comunicazione di un rapporto con l’Arte basato sul gioco, sull’interazione (quasi fisica), sul divertimento (basta musei noiosi!) e sull’identificazione (corpo, immagine, forme, valori).

Ci espliciti intenti di business, è ovvio. Beh, che male c’è? L’arte si paga per vederla, e si pagava anche quando nasceva dalla bottega dell’artista, mica era gratis? Pittori, scultori e architetti dovevano pur mangiare, e quello era il loro prodotto.

VHK mi comunica di essere “libero” da schemi e bigotissimi, mi comunica di aver capito (molto di più rispetto a docenti, accademici, studiosi, direttori di musei e appassionati puristi) il valore più profondo dell’Arte:

“È l’Arte a essere al servizio dell’uomo, e non viceversa”.

 

E in questo caso, anche l’Arte ci guadagna, perché entra negli smartphone e nei pensieri di tanti giovani “lontani” dalla cultura (ma davvero lo sono?) grazie al personaggio-ponte: Chiara Ferragni.

A specchio, ciò che penso di VHK vale anche per Gallerie degli Uffizi. Se uno ha potuto, è perché l’altro ha permesso; incontro di intenti e di visioni medesime.
Dunque, bravi: brand e museo.


E tu cosa ne pensi? Senza aprire polemiche, scrivimi il tuo libero pensiero.

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