Il vicolo della cultura nel Rione Sanità

Memoria collettiva, marketing, immaginario super eroistico popolare e street art. Accade ancora, ri-nasce un vicolo, questa volta nel Quartiere Sanità. È tempo di riflettere su un fenomeno di storytelling urbano nella città di Napoli; c’è una nuova narrazione dei vicoli, soprattutto quelli incastrati nella tagliola della criminalità.

Battere la criminalità con la bellezza e la cultura

afferma il presidente dell’Associazione Opportunity Onlus a un’intervista giornalistica. Belle parole, me le sono appuntate, saranno una valida risposta a chi mi domanderà, ancora: A cosa serve l’arte?

Il naming scelto per questo progetto forse è un po’ banale. Credo che ogni vicolo, se raccontato e valorizzato nel modo opportuno, sia un “potenziale vicolo della cultura”. Ma non importa, alla città non servono le polemiche o le filosofie in questo momento. Non è questo il messaggio che voglio condividere in questo post. L’importante è tirare fuori la cultura e la bellezza nei vicoli, e salvarla dalle mani nere della criminalità. Bisogna combattere, proprio come quel frate Lelio Brancaccio, marchese di Montesilvano e cavaliere gerosolomitano, a cui è dedicato il toponimo di questo vicolo, a due passi dalla Casa di Totò.

L’arte, ma di più la bellezza

Il potenziale dell’arte è terapeutico e invisibile, agisce nelle coscienze e nei sensi, cambia le persone e la percezione dei luoghi. Si può vivere senza esperienze culturali o artistiche? Certo, ed è triste ammetterlo. Non tutti avvertono il bisogno o l’esigenza diretta di arte nel senso di “conoscenza culturale”, dipende da come si è stati educati, dalle scelte di vita, dal contesto sociale a cui si appartiene.

Tuttavia, sicuro come la morte, è il desiderio e il bisogno inconscio per l’essere umano di ricevere bellezza, sia in modo concreto e sia in senso immateriale o introspettivo. L’arte nutre l’animo di bellezza, la ricorda, la pompa, la tramanda nei secoli dei secoli. È la bellezza interiore, sia chiaro.

Da via Portacarrese a vico Totò: esperimento numero due

Qui facciamo il paio. Lo street art storytelling rivisita anche vico Portacarrese a Montecalvario, nei Quartieri Spagnoli, con un progetto artistico a cura dell’Associazione Culturale VivaNapoli Onlus e l’appoggio di Quartieri Spagnoli Official. Questo blocco di dedali ortogonali, nato come ex acquartieramento militare per le truppe spagnole del vicereame napoletano, sta lottando per svincolarsi dallo fantasma della criminalità. Attività di recupero sociale, turistico, commerciale, artigianale e culturale sono già in atto da anni. Ora nei Quartieri Spagnoli sbocciano fiori dal cemento, anzi dalla pietra di tufo locale dei palazzi: sono magnifiche gigantografie a cielo aperto di personaggi-supereroi dell’universo teatrale e cinematografico. De Sica, Troisi, Antonio de Curtis, De Filippo, il popolo napoletano, quello doc, li ama come humanheros.

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Anche questa rampa ha cambiato nome, Vico Totò, perché lui è il Principe e ha la priorità su tutti. La pedonale era un’antica salita accessibile ai carri, si sentiva ogni giorno odore di pane caldo. Chi ce la restituisce questa sensazione? Soldatesche e scugnizzi, nel XVII secolo, si svegliavano sapendo di abitare in vico del Forno. Ecco, questa è la memoria storica del vicolo. C’è il serio rischio che venga dimenticata se si opera un restyling toponomastico.

In questo tempo la percezione delle persone è cambiata, adesso è vico Totò, e la narrazione che le persone sentono più vicina. Forse non importa il ricordo dei carri, del pano caldo e dei soldati. Chi abita nei Quartieri Spagnoli si identifica in queste storie, il petto si gonfia di orgoglio per questi ricordi.


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