le mie parole

Multiverso lessicale tra umanesimo, narrazione e digitale

aderenza

Lo stretto contatto con una superficie, credo, presupponga il piacere dello scambio.

Essere aderente a un ideale, a un paio di labbra, a un abito, a un materiale, è il racconto di una storia di incontro e di corrispondenza, dove le parti si riconoscono e si completano.

Tu a cosa aderisci con convinzione?

antieroe

L’antieroe non è per forza la nemesi.

Pur essendo una parola composta, la sua forma di scrizione unita è segno di un’identità riconosciuta. L’antieroe è qualcuno, non è solo o necessariamente l’antagonista nella narrazione.

L’antieroe è colui privo di virtù e di capacità necessarie per realizzare successi e imprese memorabili (che invece si riconoscono in genere all’eroe). Anche un nemico, un villain, una nemesi possono vantare virtù, successi e glorie, se pur “macchiate di nero”.

Povero antieroe, miserabile, incapace di realizzare qualcosa, è davvero relegato all’impossibilità di riscattarsi?

ascolto

Quando bisogna costruire uno storytelling culturale, cosa dobbiamo ascoltare?

A cosa dobbiamo “dedicare maggiore attenzione”?
Non alla cronologia, non alle informazioni, non agli stili, non alla vocazione turistica, non ad alcun risvolto commerciale.

  1. si “porge l’orecchio interiore” all’essenza: il genius loci di una città, di un quartiere, di un borgo; il cuore narrante o di una collezione museale; la storia dei personaggi che hanno abitano uno spazio (chiesa, palazzo ecc.); il valore di un brand culturale; la missione della piccola associazione; il percorso interiore del libero professionista; l’archetipo o il mito che sostiene una festa o una tradizione folcloristica;
  2.  l’ascolto delle emozioni suscitate dalla storia;
  3. l’ascolto delle fonti, di qualsiasi tipo, formato o media
  4. l’ascolto del pubblico, dei loro bisogni, delle loro storie.

Solo dopo l’ascolto, si inizia a costruire la trama e la narrazione.

cambiamento

Non è sorprendente che l’essere umano possa mutare da uno stadio a un altro, anche senza cambiare forma?
Può risedere nell’innata capacità di sopravvivenza e di evoluzione; può essere una necessità o un sano bisogno, e, si spera, mai da un obbligo; celebra la vittoria del protagonista nel corso della propria storia personale.

Il primo cambiamento importante, credo, è desiderare di voler cambiare. In meglio, ovviamente.

collaborare

Dividere la fatica, condividere il risultato

La divisione della fatica è una mossa intelligente per rendere concreto il risultato.

Questo non svilisce il valore di ciò che si fa: è un “lavoro con” e va remunerato e riconosciuto. Sia che siamo in due, sia che siamo in cento, gratificazione, coinvolgimento e motivazione aumentano.

collaborare - lemieparole

Io non ho tutte le competenze, e non le hai tutte te, ma insieme si fa rete. E la rete non si conta con un assegno o un bonifico.

dietro

È conosciuta come preposizione e avverbio, servile a qualcosa/qualcuno per indicare un legame o uno spostamento, uno spunto direzionale.

Ma nessuno, forse, pensa che a forza di servire, dietro possa diventare anche dimensione viva, luogo-essenza, spazio animato.
Dietro è un universo da esplorare, verso cui tutte le parole, tutte le preposizioni e tutti gli articoli, e tutti noi, dovremmo girarci per accorgerci della sua ricchezza.

BONUS:

Le forma più corrette per usare dietro sono:
/dietro + nome che segue/
/dietro+di/ davanti a pronomi
/dietro+a/ per moto a luogo figurato.

dire

L’inizio di tutto, aprire la bocca, produrre un suono e creare un’intenzione.
Dire è l’incipit del contenuto. Su queste quattro lettere grava il peso di intere proposizioni, locuzioni, espressioni, racconti, voci, parole, costrutti.

Però, questo verbo è corroso anche da un lato oscuro: la genericità d’uso ormai diffusa tra scrittori e parlanti che mi spinge a gettarlo nel calderone delle “parole carogna”.

Perché dire è, sì, la genesi della parola, ma c’è dire e dire… 

mitografia

Immaginala come una Treccani dei miti e degli autori di miti, come una mega enciclopedia mista iniziata durante l’Ellenismo. Si usava per interpretare e spiegare documenti, fonti testi, e i contenuti della poesia antica. La mitografia è una bibliografia infinita di letteratura sul mito.

Mi chiedo (e ti chiedo): quale testo dovrebbe essere considerato parte essenziale della mitografia del tuo settore lavorativo?

mitopoiesi

La realtà territoriale ha un  preciso, e al tempo stesso si riveste della narrazione che viene costruita intorno a esso, al punto da diventare una fusione tra le due cose e ad acquistare un valore culturale e sociale fantastico.

Napoli è una città fondata da Calcidesi. I naviganti hanno tramandato il ricordo leggendario di aver trovato il corpo della Sirena Partenope arenata sulle sponde della costa. E ne hanno eretto un tumulo divino.

Con il processo di mitopoiesi, Napoli non è più una città fondata da Greci né una città con una forte leggenda di fondazione: Napoli è diventata essa stessa leggenda incarnata nella sua consistenza topografica, antropologica, culturale.

Risultato: i napoletani credono che «la città sia il vero corpo della Sirena».

le_mie_parole_mitopoiesi

La mitopoiesi è il miracolo più affascinante dello storytelling applicato alla promozione e valorizzazione dei luoghi.

Vuoi costruire un progetto di mitopoiesi per la tua città? Non chiedo di meglio, scrivimi!

omiletica

Oratoria, omelia, predica, catechesi: rifletto sulla narrazione che ha in sé la missione di connettere parlante e uditore.

La modalità del comporre omiletico riscopre la propria forza nella capacità di costruire una relazione gradevole (si va sul “sentimentale”) con le parole, una zona di confort tra l’istruzione e la comprensione.

Omiletica è gentile come una proposta, è invitante come un’offerta, è diretta come un annuncio, rifugge dall’esser mai un’imposizione e una legge.

Credo che in questa delicatezza si racchiuda la sua sacralità, oltre il contenuto.

ontologia

Ho ripescato questa parola, difficile. All’inizio me ne sono pentito: come la racconto l’ontologia?
Non la conosco neanche: Essere, scienza dell’essere, prima filosofia, teoria dei valori.

Poi ho pensato che, proprio nel periodo della pandemia da Covid-19, l’ontologia ci azzecca alla grande.
Stiamo riflettendo, dovremmo.

L’uomo del Rinascimento è di nuovo in crisi, sperimenta la crisi. Torneremo? Come torneremo? Chi saremo?
Camminiamo nell’ontologia, i discorsi sull’essere.
Allora non la racconto, non serve.

Meglio contemplarla, in silenzio, e lasciarla fermentare nelle strategie della nostra ripresa.

percezione

Questa è una di quelle parole che possono dare l’idea che siamo sul finale di una storia, al culmine di un processo, alle conseguenza di una serie di eventi e di fattori. È vero, ma anche no.
Percezione non è la fine, bensì l’inizio di qualcosa, di altro, di altro di noi, di altro mondo, di altro universo (s)conosciuto: è simile ma non uguale a quello di partenza, perché è alterato e soggettivo.
Ed è questa la parte bella della storia.

le_mie_parole_percezione

Il primo atto della storia inizia dall’esterno di noi stessi (una persona, un suono, un’immagine, un luogo, un colore, un rumore, una forma, una notizia, un comportamento, una parola) o dall’interno di noi stessi (un pensiero, un ricordo, una memoria, una riflessione, un’emozione).

Segue il secondo atto, l’elborazione dei dati; e questa fase dipende unicamente da noi stessi, da come siamo, dal nostro conoscio e dallinconscio, della capacità cognitiva, dei recettori sensoriali, dal nostro bagaglio di esperienze, di culture, di incontri, di successi o di ferite cumulate.

Il terzo atto è la creazione. Noi, noi diamo vita, con la percezione, a un’altra realtà, sospesa, né vera né falsa, galleggiante, potenziale nel continuare a esistere. La percezione è un varco a una dimensione in cui continuare l’esperienza precedente in modo “aumentato, trasformato, impersonificato”.

È così che gioca il potere del virtuale e della tecnologia immersiva, ma tranquilli, non è niente di nuovo. Lo ha imparato dalla realtà: tutta la nostra vita è laboriosa percezione e la nostra mente è la tecnologia che continuamente fabbrica “alterazioni” di ciò che ci circonda.

I luoghi non sono più gli stessi, le notizie non sono più le stesse, le storie non sono più le stesse, le persone e le relazioni non sono più le stesse. Noi non siamo più gli stessi rispetto a qualche stimolo fa.

virtuale

La memoria antica di virtuale nella Scolastica

È un aggettivo. Eppure, secondo me, riscuote tutta la dignità di un sostantivo: il virtuale, come essere vivo e animato, come mondo a sé. Quando ho analizzato la sua etimologia studiando la voce dell’Enciclopedia Treccani online mi ha spiazzato: caspita, virtuale nasce nel latino medievale!

È accaduto ancora. Inchino e riverenza a un termine che forse associamo ai tempi contemporanei, all’innovazione e alla rivoluzione digitale 4.0, ma è antico quanto le pietre. Nulla di nuovo, dunque, in quel nutrimento che le discipline moderne attingono dai contenuti del patrimonio culturale storico, della memoria di chi siamo.

Me la immagino, la Scolastica, uscire dalla bocca gli umanisti (scusate, un attimo di emozione) che tentano un abbraccio tra filosofia e teologia in una visione di buona volontà: riconoscere che verità naturalmente conosciuta e verità rivelata sono figlie della stessa fonte (non tanto sul piano strettamente della fede cristiana, pur essendo una forte componente). Come, per voler dire, che il tangibile e il trascendente/mistico sono facce della stessa medaglia; proprio come potrebbe esserlo la realtà reale e la realtà virtuale.

virtuale - le mie parole

Virtù, potenziale, uomo

Virtuale non si associa a finzione o a invenzione, al freddo delle tecnologie, all’arido degli schermi e al vuoto delle sensazioni (quelle ce le mettiamo noi quando la viviamo e quando carichiamo i contenuti). Virtuale apre la porta al riconoscimento di una virtù, la potenzialità: essere, ma non ancora; sulla start, ma non partire.

Preannuncio, previsione, possibilità: il virtuale è profetico e si fa profezia, magari di qualcosa che proprio non vediamo, non possiamo, non abbiamo, non sappiamo. O che abbiamo perso, che non sappiamo fare, che non potremmo fare.

Questa riflessione può aiutarci a purificare le visioni e gli approcci al settore delle tecnologie in VR per le esperienze culturali sul territorio, nei musei, nell’intrattenimento, da quegli angoli di povere (diffidenza, paura, perdita di qualcosa). Un contenuto virtuale, un’esperienza virtuale, un luogo o un oggetto virtuale, un pensiero o una narrazione virtuale hanno un potenziale, forza e coraggio: osare, aprire letture nuove, permettere azioni e risultati che il mondo reale forse non può.

La parte più affascinante di questa storia è che, a dispetto di tutte le mitologiche battaglie tra realtà e virtuale, tra uomini e macchine, virtuale ha a che fare con l’uomo più di quanto possiamo pensare. Virtuale nasce dall’uomo, è umano. Virtualevirtùvir-viri, cioè uomo, addirittura eroe con particolari qualità. Il virtuale non allontana l’uomo da sé. Io credo che sia una forza, un potenziale che l’uomo stesso non conosce ancora di sé e in sé, ma che è sempre abitato in lui.

Cosa manca al virtuale: più uomo o più macchina?

Se dunque virtuale è potenziale, cosa manca per essere profezia attuata, virtù manifesta?
Più capacità tecnologica o più componente umana?

i verbi della nuova esperienza culturale

In un mondo trasformato e in velocissima evoluzione, i nuovi “verbi” dell’esperienza culturale e del rapporto con la conoscenza restituiscono centralità e dignità alla persona, prima che al prodotto, e invocano il bisogno-desiderio della sua partecipazione.

È l’esperienza della scelta, dell’interazione, della personalizzazione, del coinvolgimento. Le persone desiderano essere protagoniste della storia e della Storia, si sono avituate a interagire con la realtà; si aspettano di essere coinvolte altrimente si annoiano e vanno altrove; apprezzano la personalizzazione del prodotto, intervendo come co-autori, pro-sumer, co-porduttori. 

Quando scegliamo costruiamo la vita secondo la nostra volontà,  nostri bisogni e desideri, secondo i nostri gusti e secondo tutto il bagaglio antropologico che siamo dentro. Scegliere è il potere di dare un significato alto e altro, è la conseguenza di quel dito che elegge la preferenza e il valore tra diverse opzioni.

Prodotti, esperienze, percorsi, strumenti, tecnologie, contenuti personalizzati odorano di umanità e di “essere persona”. Personalizzare è un atto di umiltà e di concreta analisi che considera il primato della persona-utente rispetto al prodotto/servizio.

Conoscere e imparare senza un’azione ormai è storia antica. Ammirare e vivere l’arte e la cultura senza poter interagire oggi comporta la delusione del visitatore. Non si vuole più essere passivi e subire, anche la stessa bellezza, la stessa cultura, nasce spontanea la spinta a “qualcosa in più. ” Questa spinta è sana e naturale, e dall’altra parte deve corrispondere una comunicazione e una progettazione che, appunto, “spinga a compiere un’azione”, concreta, tangibile, incidente.

Il coinvolgimento è la guida dell’intento della persona. È magia, è dirottamento da un punto a un altro, è la strada giusta per l’ingresso verso esperienze nuove. Riuscire a cambiare la direzione e il grado di interesse di un essere umano per portarlo altrove è uno sforzo, un’ambizione, una soddisfazione, una responsabilità. 

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