Come può la cultura entrare in casa delle persone?

Vorresti consumare nel tuo ristorante o bar preferito, ma non puoi, o non ti va, allora sono i tuoi piatti preferiti a venire in casa da te. E l’esperienza sensoriale (ed emotiva) è garantita.

In piena pandemia da Covid-19 le restrizioni di vari Dpcm 2020 ci hanno abituato a questa “musica”. Adesso il “non ti va” è soprattutto il “non puoi”, così che molte attività di ristorazione si sono attrezzate in modo continuativo con la consegna a domicilio. Quando Uber Eats è comparsa nella mia cassetta postale, a pochi giorni dalla proclamazione della zona rossa, ho pensato: “Ma guarda, ecco un caso di perfetto servizio che risponde a uno specifico bisogno del cliente in una determinata situazione”. Che tempismo, che marketing perfetto.

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Il servizio giusto al momento giusto: Uber Eats nella mia cassetta postale mi ha ispirato questo post

Musei e Luoghi di Cultura possono ispirarsi a questo marketing?

Subito dopo ho pensato a come questo concetto potesse ispirare il marketing dei Musei, chiusi come i ristoranti, ma senza possibilità di portare le opere d’arte a domicilio. Già, le opere non possono fisicamente spostarsi a domicilio in milioni di case, tuttavia una certa modalità l’abbiamo sperimentata con la possibilità di navigare, esplorare, camminare, visitare gli ambienti e le collezioni grazie al web, al digitale e alla tecnologia immersiva. Virtual room, virtual tour, digitalizzazioni in full HD, rendering a 360°, ricostruzioni in 3D, download di contenuti in alta definizione ecc.

Lo si è fatto, si sta anticipando (o differenziando?) l’esperienza culturale grazie alla potenza del web e delle tecnologie digitali, ma la vera differenza è ANTICIPARE il bisogno secondo il GUSTO di ogni segmento di pubblico. Questo può valere per i servizi e per la scelta dei contenuti da proporre.

Conosci, invita, nutri

Che l’esperienza culturale sia fisica (portare le persone al Museo o sui luoghi di cultura è più importante!) sia che digitale, ANTICIPARE IL BISOGNO DEL VISITATORE può fare la differenza. Se si profilano mailing list, gruppi broadcast, elenchi abbonati, contatori di follower fino a sapere quale sia “la pietanza” preferita (leggi: contenuto e format culturale, determinate emozioni, storie del cuore, esigenze informative o di studio, ambiti educativi ecc.) sarà più facile e gratificante riuscire a invitarli “a cena”, “nutrire” la relazione e “appagarli”.


E tu hai pensato a profilare il tuo pubblico in base ai gusti per le storie del tuo Museo? 
Se hai sperimentato questa strategia, che riscontri hai ottenuto?

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