Ikea dice addio al catalogo cartaceo. L’edizione del 2021, distribuita nell’autunno del 2020, è stata l’ultima a essere stampata e distribuita. E poi a dicembre ha diffuso la (triste?) notizia.
In questo articolo analizzo il coraggio dell’azienda svedese leader del settore immobiliare fai-da-te. Rifletto su cosa può imparare il settore culturale da questo caso studio di innovazione.
Indice dell’articolo:
📌 In sintesi
transizione digitale: Ikea sposta lo storytelling interamente sull’ecosistema digitale
nuovi comportamenti: c’è un cambiamento globale negli acquisti: nasce sui social e si conclude sull’app
efficacia narrativa: l’addio alla carta è un’evoluzione dello storytelling verso l’interattività e la personalizzazione
La trasformazione digitale di Ikea e del suo catalogo
Il primo catalogo IKEA fu pubblicato nel 1951 in Svezia. Nel suo momento più alto di marketing e vendite nel 2016 furono stampate circa 200 milioni di copie in 69 versioni e 32 lingue.
Il catalogo più famoso sull’arredo della casa fai-da-te stava diventando una delle pubblicazioni più distribuite al mondo, a volte superando anche la Sacra Bibbia. Addirittura Ikea ha annunciato che nel 2021 avrebbe pubblicato un libro dedicato alla storia del suo catalogo, direi meritato.
Dopo aver letto la news (fonte Notizie Corporate Ikea), il mio apprezzamento per il brand Ikea è salito alle stelle:
- la sincerità di accettare i cambiamenti sociali
- il coraggio di osare e dire basta alle cose statiche
- la lungimiranza di investire nel digitale.
La motivazione della scelta
Ikea ormai ha un pubblico così fidelizzato e motivato da aver calcolato bene a cosa sarebbe andata incontro.
L’azienda ha motivato la decisione come scelta emotiva ma fortemente razionale: dall’analisi dei bisogni e dei comportamenti d’uso dei consumatori è emerso che il catalogo cartaceo non veniva più utilizzato come media principale perché sono cambiati i comportamenti di consumo.
L’interesse per la versione stampata era diminuito nel tempo, mentre il traffico sui canali digitali sito web e app era aumentato molto.
La verità è che l’addio al catalogo cartaceo è stata l’accelerazione di una trasformazione digitale del marchio Ikea già in corso da tempo.
Hanno saputo vedere bene: i dati confermano che il programma di trasformazione del catalogo dal cartaceo al digitale ha fatto guadagnare un +45% delle vendite al dettaglio online, grazie anche a un lavoro di miglioramento dei servizi digitali e al lancio di nuove app per mobile progettata secondo l’esperienza d’uso del cliente.
Approfondimento istituzionale
Brochure e cataloghi: la nuova era digitale di Ikea
Per comprendere come si è evoluta la consultazione dei prodotti dopo l’addio alla carta, è utile esplorare l’attuale sezione digitale dedicata alle brochure. Qui lo storytelling si trasforma in un catalogo interattivo e sempre aggiornato.
Cosa può insegnare Ikea al settore museale?
Questo cambiamento è stato possibile perché, a monte, la narrazione d’impresa di Ikea consolidata sul valore della casa ha una potenza epica immutata.
Il suo storytelling è rimasto stabile e forte, e ha permesso di adeguarsi con serenità e ottimismo a quella che era una trasformazione necessaria dettata dai tempi storici.
Lo sapevi che?
Esiste un intero museo digitale dedicato alla storia del design svedese. IKEA ha digitalizzato oltre 70 anni di cataloghi, rendendoli sfogliabili online: una risorsa preziosa non solo per i fan del brand, ma per tutti gli studiosi di costume, arredamento e storytelling d’impresa.
Anche i musei e le istituzioni culturali devono riuscire a conquistarsi un trono nella testa dei loro pubblici adottando nel medio e lungo termine una narrazione memorabile che duri per sempre. Questa certezza farà fronte a qualsiasi novità digitale o analogica.
Chi dirige o gestisce i luoghi dell’arte e della cultura deve osare nella trasformazione dei processi di comunicazione, deve svincolarsi da modalità statiche e vetuste («abbiamo sempre fatto così»), deve accettare che il mondo cambia e sarebbe opportuno sapere ascoltare le nuove esigenze.
Insomma, no all’egoismo autocelebrativo, sì a un umile approccio human-centred.