Ogni parola è una lente. Con ontologia lo sguardo si fa più radicale: non guardiamo più solo alle cose, ma all’essere stesso, a ciò che definisce davvero l’identità di un luogo e lo rende unico.
In questo articolo scopriamo come l’ontologia diventa una potenziale chiave nello storytelling culturale e turistico per rivelare valori e relazioni profonde dei luoghi e delle comunità. Questa rubrica è un viaggio all’interno del vocabolario dello storytelling.
Indice dell’articolo:
- L’essere come domanda
- Radici e linguaggio di ontologia
- Ontologia come contemplazione
- Il ponte con lo storytelling culturale
- Conclusioni
📌 In sintesi
valore ontologico: le parole determinano l’esistenza e la percezione del patrimonio nella mente del pubblico
narrazione di senso: lo storytelling efficace estrae il significato profondo già presente nei beni culturali
economia e rigore: nel contesto digitale, la parola deve essere precisa, densa di valore ed essenziale
L’essere come domanda
Ontologia. Una parola che sembra lontana, fredda, quasi impossibile da raccontare. Ma in realtà, se ci pensiamo, è una delle parole più vicine alla nostra esperienza.
È la scienza dell’essere, il discorso sull’essenza, ciò che definisce un’identità e la distingue da tutte le altre. Non è un inventario di cose, ma la domanda più radicale: che cos’è davvero?
Radici e linguaggio di ontologia
Letteralmente, deriva dal greco: ón, “essere”, e lógos, “discorso”. È un parlare dell’essere, del suo nucleo, delle sue relazioni, di ciò che lo fa riconoscere e durare nel tempo.
Oggi questa parola vive anche fuori dalla filosofia: chi lavora con i dati, ad esempio, usa le “ontologie” come mappe concettuali condivise.
E in fondo non è molto diverso per noi: chiarire l’ontologia di un luogo significa comprenderne l’identità più profonda, i valori che lo sorreggono, le relazioni che lo rendono vivo.
Comprendere l’origine e il valore filosofico della parola ontologia è il primo passo per padroneggiare lo storytelling culturale. Esplorare l’essenza dell’essere attraverso il linguaggio permette di dare un peso specifico a ogni narrazione, trasformando i termini tecnici in ponti di senso capaci di definire la realtà stessa dei beni culturali per il pubblico.
Ontologia come contemplazione
E allora la filosofia diventa pratica.
Dopo la pandemia da Covid-19, ci siamo chiesti tutti: chi siamo, chi torneremo ad essere, come cambierà il nostro rapporto con gli spazi, con i luoghi, con le persone.
Ontologia è anche questo: un fermarsi, contemplare, lasciar fermentare le domande invece di chiuderle in definizioni troppo strette. Perché l’essere non si spiega, si attraversa.
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Il ponte con lo storytelling culturale
Qui entra in gioco lo storytelling. Raccontare un museo, un borgo, un paesaggio, non è solo elencarne le attrazioni: è far emergere la sua ontologia, ciò che lo fa esistere.
Le sostanze che lo compongono (collezioni, comunità, natura), le proprietà che lo distinguono (valori, qualità, vocazioni), le relazioni che lo legano al presente e al passato, e gli eventi che lo trasformano (crisi, restauri, rinascite).
Ogni storia autentica nasce da qui: non descrive soltanto, ma istituisce un senso. Non raccontiamo “cosa c’è da vedere”, ma perché quel luogo è ciò che è, e perché ci riguarda.
Conclusioni
Ogni parola è una lente.
Attraverso l’ontologia non descriviamo, ma impariamo a vedere ciò che davvero dà senso ai luoghi e alle storie.
🔍 Ogni parola, un universo semantico
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