Ogni parola è una lente. Con ontologia lo sguardo si fa più radicale: non guardiamo più solo alle cose, ma all’essere stesso, a ciò che definisce davvero l’identità di un luogo e lo rende unico. Scopri come l’ontologia diventa chiave nello storytelling culturale e turistico, rivelando senso, valori e relazioni profonde dei luoghi e delle comunità. Questa rubrica è un viaggio dentro il vocabolario dello storytelling.

Indice dell’articolo:

  1. L’essere come domanda
  2. Radici e linguaggio di ontologia
  3. Ontologia come contemplazione
  4. Il ponte con lo storytelling culturale
  5. Conclusioni

 

L’essere come domanda

Ontologia. Una parola che sembra lontana, fredda, quasi impossibile da raccontare. Ma in realtà, se ci pensiamo, è una delle parole più vicine alla nostra esperienza.

È la scienza dell’essere, il discorso sull’essenza, ciò che definisce un’identità e la distingue da tutte le altre. Non è un inventario di cose, ma la domanda più radicale: che cos’è davvero?

 

Radici e linguaggio di ontologia

Letteralmente, deriva dal greco: ón, “essere”, e lógos, “discorso”. È un parlare dell’essere, del suo nucleo, delle sue relazioni, di ciò che lo fa riconoscere e durare nel tempo.

Oggi questa parola vive anche fuori dalla filosofia: chi lavora con i dati, ad esempio, usa le “ontologie” come mappe concettuali condivise.

E in fondo non è molto diverso per noi: chiarire l’ontologia di un luogo significa comprenderne l’identità più profonda, i valori che lo sorreggono, le relazioni che lo rendono vivo.

 

Ontologia come contemplazione

E allora la filosofia diventa pratica.

Dopo la pandemia da Covid-19, ci siamo chiesti tutti: chi siamo, chi torneremo ad essere, come cambierà il nostro rapporto con gli spazi, con i luoghi, con le persone.

Ontologia è anche questo: un fermarsi, contemplare, lasciar fermentare le domande invece di chiuderle in definizioni troppo strette. Perché l’essere non si spiega, si attraversa.

 

Il ponte con lo storytelling culturale

Qui entra in gioco lo storytelling. Raccontare un museo, un borgo, un paesaggio, non è solo elencarne le attrazioni: è far emergere la sua ontologia, ciò che lo fa esistere.

Le sostanze che lo compongono (collezioni, comunità, natura), le proprietà che lo distinguono (valori, qualità, vocazioni), le relazioni che lo legano al presente e al passato, e gli eventi che lo trasformano (crisi, restauri, rinascite).

Ogni storia autentica nasce da qui: non descrive soltanto, ma istituisce un senso. Non raccontiamo “cosa c’è da vedere”, ma perché quel luogo è ciò che è, e perché ci riguarda.

 

Conclusioni

Ogni parola è una lente.

Attraverso l’ontologia non descriviamo, ma impariamo a vedere ciò che davvero dà senso ai luoghi e alle storie.


aggiornamento: articolo revisionato il 23 agosto 2025

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