Il caso Ferragni agli Uffizi per lo shooting di moda richiesto da Vogue HK ha segnato un punto di non ritorno nella comunicazione culturale. Si è innescata una caccia alle streghe ed è partito un acceso dibattito tra l’élite accademica e i pionieri del marketing digitale per la rinascita dei musei. In questo articolo ti condivido la mia recensione e il mio pensiero.

Indice dell’articolo

  1. Chiara Ferragni in posa agli Uffizi: cosa è accaduto
  2. Lo scandalo dell’Arte compromessa: è davvero così?
  3. Conclusioni

 

Chiara Ferragni in posa agli Uffizi: cosa è accaduto

È l’estate del 2020 e, mentre l’Italia cerca faticosamente di ripartire dopo i mesi di lockdown, Chiara Ferragni varca la soglia delle Gallerie degli Uffizi, scatenando un vero e proprio terremoto culturale.

L’occasione è uno shooting esclusivo per Vogue Hong Kong (VHK per comodità) ma la miccia che accende il web è un post sull’account Instagram ufficiale del museo: una foto dell’imprenditrice davanti alla Nascita di Venere di Botticelli accompagnata da una didascalia che la definisce una «divinità contemporanea nell’era dei social».

 

📱Guarda il post sul canale ufficiale Instagram delle Gallerie degli Uffizi (17 luglio 2020, +38k like, +3500 commenti)

 

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Da un lato, il direttore Eike Schmidt ha rivendicato con orgoglio questa scelta come un atto di democrazia culturale, volto a intercettare il pubblico della Gen Z.

Dall’altro, l’élite dei critici d’arte grida al sacrilegio, accusando l’istituzione museale di svendersi alle logiche del marketing più frivolo.

Eppure, i dati non lasciano spazio a dubbi: si parla già di un “effetto Ferragni”, con un’impennata immediata di visitatori giovanissimi (+27%) pronti a riscoprire il Rinascimento attraverso lo schermo dello smartphone.

 

Lo scandalo dell’Arte compromessa: è davvero così?

Nella mia opinione, VHK ha scelto il proprio giusto promoter. La scelta di convocare la reginetta di Instagram Chiara Ferragni agli Uffizi di Firenze va oltre il semplice racconto di una storia intorno alla moda e alla bellezza esteriore.

C’è anche la volontà di comunicare un rapporto con l’arte basato sul gioco, sul contatto interattivo (quasi fisico), sull’intrattenimento e sull’identificazione modella-divinità (corpo, immagine, forme, valori).

C’è un esplicito intento di business, è ovvio.

Cosa c’è di male in questo? L’arte è sempre stata mecenatismo e commercio. Si pagava un’opera d’arte quando nasceva dalla bottega dell’artista. Pittori, scultori e architetti dovevano pur mangiare, e quello era il loro prodotto.

VHK comunica di essere libero da pregiudizi schematici e bigottismo. Mi comunica di aver compreso (molto di più rispetto a docenti, accademici, studiosi, direttori di musei e puristi) il valore più profondo dell’Arte:

È l’Arte a essere al servizio dell’uomo, e non viceversa.

 

Conclusioni

In questa occasione, anche l’Arte ci guadagna, perché entra nei dispositivi mobile di tanti giovani  ancora lontani o distaccati rispetto alla cultura (davvero lo sono?) grazie a un personaggio-ponte: Chiara Ferragni.

Ciò che penso di VHK vale anche per le Gallerie degli Uffizi. Se il brand di moda ha potuto giocare con un capolavoro del Rinascimento italiano, è perché il Museo glielo ha permesso: un incontro di intenti e di visioni.

Dunque, bravi, brand e museo.

 

Per approfondire, sfoglia la photogallery dello shooting di Chiara Ferragni nelle sale delle Gallerie degli Uffizi sul sito ufficiale di Vouge Hong Kong (il sito è in lingua giapponese).


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