Molti visitatori percepiscono ancora le gallerie archeologiche come luoghi silenziosi e distanti, dove i reperti sembrano parlare esclusivamente agli esperti del settore. Se pensi che raccontare l’arte antica debba limitarsi a una fredda esposizione di date e stili, questo articolo ti farà cambiare prospettiva. In questo approfondimento esploro come lo storytelling possa abbattere le barriere tra il passato e il visitatore moderno, e trasformare un reperto statico in una testimonianza umana vibrante.
Indice dell’articolo:
- Raccontare l’arte antica: un problema di distanza temporale
- Contestualizza l’opera prima di raccontarla: scenario e quotidianità
- Opere di arte antica vs oggetti d’uso quotidiano
- Raccontare l’arte antica: questione di bias cognitivi
📌 In sintesi
Raccontare l’arte antica: un problema di distanza temporale
Un elemento che incide nel rapporto tra una persona e l’arte antica è la distanza temporale.
C’è il tempo in cui si colloca la realizzazione del manufatto artistico (se partiamo dalla preistoria, parliamo addirittura di ere) e c’è il tempo contemporaneo del visitatore del XXI secolo.
È un dato di fatto. Se escludiamo gli studenti universitari di discipline umanistiche, i professori e i ricercatori, gli appassionati d’arte e di storia (che per loro spontanea iniziativa posseggono già un bagaglio nozionistico e strumenti adatti per interpretare l’arte), la persona media con un livello culturale basico non riesce facilmente a provare interesse e coinvolgimento per vivere un’esperienza culturale appagante.
Altri possibili motivi che creano una barriera tra l’arte antica e le persone possono essere:
- nomi in una lingua scomparsa o lontana dall’ambito della sfera occidentale e latina
- oggetti ormai scomparsi dalla storia p mai visti prima dell’occasione di andare al museo o in un parco archeologico
- contesti distrutti o snaturati
- tecniche e stili lontani dalle mode contemporanee.
Questo richiede un grande sforzo per entusiasmarsi davanti a un vaso attico o a una zuppiera rococò (attenzione: non sto parlando di capire di cosa si tratta, ma dell’esperienza più profonda che può ricevere). Risultato: frustrazione, rabbia, noia, abbandono.
Quando si parla di arte antica c’è un fisiologico vuoto da colmare. La vita prosegue, trascorrono anni o secoli e il visitatore contemporaneo la vivrà come sempre troppo distante.
L’arte antica non è da tutti ma è per tutti
Bisogna accettare l’idea che un visitatore medio può non aver studiato arte, può occuparsi di tutt’altro nella vita, può non essere un abitudinario delle esperienze culturali.
L’interesse per l’arte e per la Storia non vanno dati per scontati, non sono discipline che devono per forza piacere a tutti, o che sicuramente non tutti conoscono, che non percepiscono come indispensabili nella vita, che non si preoccupano di coltivare nel corso del tempo, se non per scelta personale o se debitamente coinvolti.
Dunque, nella vita e nell’esperienza quotidiana esistono altri aspetti più comuni a tutti gli uomini, e in cui tutti si riconoscono, al di là di un oggetto in discussione.
Non bisogna restare sull’aspetto informativo per focalizzare l’attenzione sull’essenziale e puntare, né solo su quello artistico antico in sé.
Funziona di più mettere in primo piano possibili (e talvolta più sottili) risvolti umani, psicologici, manuali, comportamentali, narrativi, relazionali, utilitaristici, meccanici ecc. che possono aprire una finestra di identificazione e di comprensione più rapida ed efficace.
Contestualizza l’opera prima di raccontarla: scenario e quotidianità
L’obiettivo del professionista della comunicazione non è di puntare solo sulle informazioni storiche e artistiche dell’oggetto, bensì di trovare una connessione narrativa che rimandi l’oggetto di arte antica a un aspetto della vita quotidiana del visitatore.
Questo obiettivo si allinea con l’espressione «costruire prossimità» di Seren Bertolucci, direttrice del Museo del ‘900 M9 di Venezia Mestre, in occasione del cantiere talk Narrazioni espanse: mixed reality, AI e identità digitale per la cultura alla conferenza LuBec 2025.
Vasi, monete, armature, lacerti di affreschi, monili, statue e ogni altro manufatto di arte antica prelevato dal luogo di origine (qualsiasi sia il motivo) purtroppo perde già molto della propria vitalità e rende problematica la narrazione.
La prima azione è contestualizzare l’oggetto artistico, anche ricostruendo (in modalità analogica o digitale o ibrida) lo scenario geografico e storico da cui proviene, per aiutare l’osservatore a contestualizzare il racconto.
Il passo successivo nella strategia di narrazione è individuare il significante o il trigger che richiami facilmente un aspetto comune dell’esperienza e della vita della maggioranza delle persone.
L’oggetto deve essere agganciato al mondo contemporaneo che il visitatore conosce e sperimenta con associazioni di pensiero, linguaggi, parole, mentalità e confronti pratici. Il visitatore può immedesimarsi nella storia dell’oggetto antico, scegliendo in modo automaticamente quale aspetto sente come proprio.
Per comprendere appieno la missione dei luoghi della cultura, è essenziale fare riferimento alla definizione ufficiale di museo elaborata da ICOM (International Council of Museums). Questo standard internazionale sottolinea come il museo non sia solo un ente di conservazione, ma un’istituzione aperta al pubblico che promuove la diversità, la sostenibilità e la partecipazione attiva della comunità attraverso l’educazione e il racconto del patrimonio.
Esempi concreti di strategie di comunicazione per lo storytelling museale
- differenza o similitudini tra come si usava un oggetto nel passato e come si usa ora
- le abitudini moderne delle persone quando usano l’oggetto (aspetto sociologico)
- qual è il corrispettivo moderno o la versione evoluta dell0oggeto antico
- giochi di parole, proverbi, e metafore comuni nell’immaginario collettivo
- quando si cerca un artigiano per commissionare un lavoro in casa
- quando si fa shopping per cercare un oggetto o un gioiello (aspetto estetico)
- quando bisogna decidere come arredare casa o il negozio (es. aspetto estetico e funzionale)
- aspetto sociologico, economico, affettivo, estetico (storie, aneddoti, indizi, misteri sul proprietario, dell’artista, dell’artigiano, del venditore).
Opere di arte antica vs oggetti d’uso quotidiano
Ciò che oggi definiamo come opere d’arte e a cui diamo un valore quasi sacro, in realtà è prima di tutto un oggetto, un prodotto artigianale, che nella sua quotidianità remota aveva una funzione pratica.
Per un attimo, occorre condurre un’operazione di svuotamento da questa aura e ridare all’oggetto la sua condizione originale: contesto, realizzazione, uso. Questa comunicazione avvicinerà la quotidianità antica alla quotidianità contemporanea e le persone potranno riconoscere gli aspetti in comune.
Per la maggior parte degli oggetti e dei manufatti d’uso quotidiano, ciò che è cambiato nel corso dei secoli è stata, magari, la forma e lo stile decorativo, o il materiale, ma restano sempre oggetti della vita dell’uomo.
Ecco perché una narrazione concentrata su questa “comunanza” può abbattere quella barriera che inconsciamente genera imbarazzo e incapacità nel visitatore privo di una cultura specifica nella storia dell’arte antica. Questo concetto è prezioso, ad esempio, se vuoi progettare una strategia di storytelling per un museo che custodisce oggetti di storia locale.
Raccontare l’arte antica: questione di bias cognitivi
Quando entriamo in casa di persone che non conosciamo, il nostro cervello è guidato da un processo cognitivo che ci induce a cercare dei punti di riferimento simili alle nostre abitudini: dove appendere la giacca, dove sedersi, dove è disposto il televisore, dove trovo il bagno e le fonti di luce ecc.
Nel momento di insicurezza o di novità cerchiamo qualcosa che ci rassicuri e che ci fornisca un modello vicino a ciò che noi già conosciamo, per un istinto di sopravvivenza antico e profondo.
Quando siamo per la prima volta in un luogo chiuso o all’aperto o a che fare con una persona che ha un’esperienza di vita lontana dalle nostre abitudini, ci sentiamo spaesati. La mancanza di una bussola o di un’indicazione che ci orienti nel nostro mondo interiore e mentale ci agita, ci rende impotenti, in pericolo.
Lo percepiamo come qualcosa di completamente nuovo e dobbiamo faticare per immagazzinare, per la prima volta nella nostra memoria esperienziale, un altro modello di vita.
Quando ci identifichiamo e ci riconosciamo in qualche che siamo o che facciamo anche noi, ci agganciamo mentalmente e ci sentiamo sicuri.
Il passo successivo per accogliere il resto della novità scorrerà più lieve. Se l’esperienza, la persona, il luogo, l’oggetto o l’emozione sono completamente nuovi per noi, abbiamo bisogno di tempo per memorizzarla e aggiornare la nostra cultura interiore.
Questo processo agisce anche per il visitatore durante un’esperienza culturale. Non capita tutti i giorni di utilizzare oggetti antichi, di vederli, di studiarli, di comprendere significato e appartenenza. Se manca una capacità critica se questi oggetti e se si trovano in uno stato di conservazione critico (decolorazione, frammentazione, separazione, fratture, lacune informative, fuori contesto, isolate, accatastate senza criterio), la sfida è ardua.
Solo dopo questo processo il visitatore potrà completare la fase di riconoscimento del valore unico e raro di bene culturale del patrimonio comunitario.
Per approfondire l’argomento leggi anche:
- Perché usare lo storytelling per raccontare l’archeologia
- Connettere con lo storytelling culturale: un ponte tra luoghi e persone