Vincent Canby (1924-2000), potente demiurgo della critica cinematografica e teatrale americana, ci ha lasciato molti insegnamenti sulla narrativa e sullo storytelling (principalmente cinematografico). La sua visione è custodita nel tono e nel contenuto delle sue recensioni.

Indice dell’articolo:

  1. Che cos’è la buona narrativa per Canby
  2. L’efficacia di una buona narrativa nella comunicazione
  3. Conclusioni

 

Che cos’è la buona narrativa per Canby

Il critico cinematografico Vincent Canby credeva che una narrazione di successo aprisse la mente e fornisse un arricchimento interiore. La sua stessa critica aveva una funzione di filtro con cui cercava di dare un senso a un’opera e di posizionarla nel panorama culturale per aiutare il lettore a capire se e come quel particolare racconto potesse intensificare l’esperienza della propria vita.

La buona narrativa intensifica l’esperienza di vivere la nostra stessa vita.

Me lo immagino, a scrivere questa frase per una delle sue recensioni sulle colonne del “The New York Times”, dove ha lavorato per decenni, forse per lodare un’opera a suo parare ben realizzata (un film o un romanzo). Credo volesse intendere che quando ci si trova di fronte a una storia così efficace si va oltre la dimensione del solo intrattenimento, e si può riconoscere il caso di una narrativa capace di migliorare l’esperienza di vita dello spettatore. Quasi come se la storia rilasciasse un effetto didattico “aumentato” che aiuta a comprendere e sentire più profondamente la propria esistenza.

 

Autenticità e visione privata

Canby ammirava quei cineasti che non si accontentavano di replicare la realtà superficiale, ma osavano mettere in gioco la propria vita per realizzare una «visione privata» (come notò a proposito di Werner Herzog). Per Canby, l’autenticità in un’opera d’arte era nello sforzo umano e nell’integrità dietro alla visione artistica.

 

Impatto emotivo e profondità

Nelle sue critiche, Canby era spesso meno interessato alla perfezione della trama e più concentrato sull’impatto emotivo dei personaggi e dei temi. Ad esempio, lodava un’interpretazione eccezionale (come quella di Robin Williams in L’Attimo Fuggente), sottolineando come la vera forza del film fosse meno nella trama generale e più nel lato umano e relazionale.

 

L’efficacia di una buona narrativa nella comunicazione

Le neuroscienze, la psicologia cognitiva e la narratologia cognitiva ci confermano che vivere storie ci aiuta a simulare esperienze ed emozioni che forse mancano nel nostro quotidiano e di cui invece abbiamo bisogno.

Quando ci immergiamo nel flusso dello storytelling, scegliamo con cura le storie da raccontare e le costruiamo con le regole della buona narratologia, possiamo migliorare anche il nostro modo di stare al mondo e quello degli altri, perfino i pensieri e le abitudini. Siamo ispirati dalla storia a prendere decisioni che ci portano a costruire quella vita o quell’eroe interiore tanto desiderato.

Questo aforisma di Vincent Canby è un riferimento per chiunque voglia che vuole costruire un legame autentico tra l’oggetto o il luogo narrato e il suo pubblico. Affidarsi a una buona narrativa nella costruzione delle storie, riuscirà a produrre ben due risultati:

  1. differenziarsi dalla concorrenza;
  2. offrire al pubblico contenuti di valore.

 

Conclusioni

Vincent Canby era noto nel suo ambiente professionale per il potere di glorificare o di distruggere un film con una sola recensione. Veniva rispettato (e temuto) per la sua competenza nel cinema al punto che ciò che asseriva veniva considerata quasi come fosse un profeta di vaticini insindacabili. Pensa che titoli cinematografici del calibro di Rocky, Alien, L’Impero colpisce ancora, L’esorcista, sono stati pesantemente vagliati dal suo senso critico.

Al di là d questo aneddoto curioso, la sua lezione ci ricorda che la buona narrativa non è una fuga, ma un mezzo potente per espandere la nostra empatia e la comprensione della condizione umana, permettendoci di “vivere di più” attraverso le esperienze narrate.