Ha inaugurato la riapertura e la nuova musealizzazione delle Collezioni Campania Romana nel Museo Archeologico di Napoli. Il direttore Paolo Giulierini ha mantenuto la promesso di questo obiettivo, lo ringrazio. In occasione dell’evento, le sale sono state gremite di visitatori e turisti, tornerò con calma per studiare con attenzione ogni singolo reperti esposto. Alcuni già li conoscono: io ho aspettato questo giorno soprattutto per ri-vedere da vicino due divinità della mia Campania: il Serapeo (da Pozzuoli) e il Giove (da Cuma).

 

Gli dèi della Campania Romana

Serapeo e Giove sono in vetrina, come trofei silenziosi e spenti, lontani dai loro luoghi di originaria collocazione. Quando li ho guardati negli occhi ho rivisto lo scorrere del tempo remoto in cui compirono una grande magia: aver trasformato la denominazione, la percezione e la memoria storica della città, laddove furono trovati o riutilizzati.

La loro geografia narrativa racconta un forte legame tra oggetto e territorio che oggi andrebbe presto recuperata, almeno come memoria del patrimonio collettivo. Quando si prelevano pietre sacre o statue antiche dai loro luoghi natii, in qualche modo, si strappa una vita e si rompe un filo. Ecco perché oggi queste storie musealizzate che hanno marcato e identificato una porzione importante di un territorio o di una città, fino a modificarne il toponimo, mi sembrano come mute, prive del loro potere magico, in attesa ancora una volta di qualcuno che le riporti, almeno con il racconto, laddove si ergevano alla vista di tutti.

 

Il dio Serapeo da Puteoli

La scultura di Serapeo è stata esposta all’esterno del corridoio nella galleria di ingresso alle Collezioni Campania Romana.

Fu trovata tra le rovine sul muro di fondo di un’area archeologica a ridosso del porto di Pozzuoli, nei Campi Flegrei a est di Napoli. Il suo ritrovamento nei pressi dell’esedra e della tholos circolare colonnata, ornati con un ricco corredo scultoreo, fece pensare che si trattasse di “un luogo di culto di divinità egizie” di cui parlavano anche una serie di iscrizioni. Il dio in trono, insieme al gruppo scultoreo di Oreste ed Elettra, erano allocati all’interno delle absidi dell’esedra, che veniva utilizzata forse per attività religiose.

 

la statua di Serapeo alla mostra Campania romana

la statua del dio Serapeo, proveniente dal Macellum di Pozzuoli

 

Si pensò subito a un tempio, al tempio del dio Serapeo. Invece poi gli storici corressero il tiro: approfondimenti archeologici e incroci con le fonti rivelarono che si trattava del Macellum, cioè di un’ampia corte in cui veniva allestito l’antico mercato alimentare di Puteoli (risalente al I-II secolo d.C.). La struttura porticata aveva due piani di botteghe, aperte in maniera alternata sia verso l’interno, sia verso l’esterno.

 

Macellum di Pozzuoli da cui proviene la scultura del dio Serapeo esposta nelle collezioni museale Campania Romana

il Macellum di Pozzuoli

 

Tuttavia nella memoria e nel linguaggio della comunità locale e dei visitatori e studiosi appassionati, l’errore di attribuzione si è solidificato al punto che dal Settecento, quando la struttura fu ben visibile a causa del fenomeno di abbassamento del suolo per il bradisismo vulcanico, ancora oggi viene chiamato Tempo di Serapide.

 

Il dio Giove da Cuma

Il busto di Giove Capitolino è uno dei pezzi più importanti della Collezione Campania Romana, e si trova nelle sale interne.

Troneggia, se pur mutilo, tra le teste acroliti di Giunone e Minerva. Si mostra ancora impettito, con il torso in marmo bianco orgoglioso e colossale. I tre pezzi provengono dagli scavi dell’antica città di Cuma e risalgono al I secolo d.C. Formavano la triade sacra venerata nel tempio più importante di Cuma (il Capitolium), sistemati proprio come il modello capitolino di Roma.

Le teste muliebri mi sembrano un macabro bottino esposto al patibolo del Tempo, uniche sopravvissute perché di marmo, come gli arti; il resto del corpo in legno dipinto o ricoperto di abiti deperiva velocemente. A Giunone manca l’elmo da cui pendevano i capelli da ambo i lati. La sua iconografia è quella dell’Atena di Eubulide del I secolo a.C.

Questo Giove cumano devi immaginartelo seduto, in trono, che regge lo scettro e il fascio delle saette, come lo stesso Giove Ottavo Massimo sul tempio del Campidoglio di Roma. Quando fu ritrovato venne moncato, rimaneggiato e montato su un piedistallo per diventare una sorta di obelisco della cuccagna impiantato in un angolo del largo di Palazzo Reale (l’attuale piazza del Plebiscito di Napoli). Lo chiamavano ‘o Gigante de Palazzo: il popolo ci attaccava dei bigliettini con motti e filastrocche di scherno nei confronti del re. Alla fine lo “scandaloso” gigante fu rimosso e dimenticato per i secoli dei secoli. La strada che scende dall’attuale piazza verso il lungomare di via Caracciolo conserva però ancora il suo nome: la salita del Gigante.

 

il Giove di Cuma alla mostra Campania romana

busto Giove proveniente dall’antica città di Cuma, noto come “Gigante di Palazzo”