Gustave Klimt mi attende in virtuale negli spazi della Casina Pompeiana della Villa Comunale di Napoli.
La mostra è stata organizzata da Fast Forward, Alta Classe Lab e Next Event in collaborazione con l’Assessorato all’Istruzione, Cultura e Turismo del Comune di Napoli. In questo articolo ti racconta la mia esperienza con una recensione.

Indice dell’articolo:

  1. Cosa significa Klimt in virtuale: dentro l’esperienza e la narrazione
  2. Il racconto arricchisce l’arte virtuale
  3. Le tele di Klimt in virtuale
  4. Conclusioni

 

Cosa significa Klimt in virtuale: dentro l’esperienza e la narrazione

Mi siedo sullo sgabello e indosso l’Oculus VR. Sono consapevole che sto per partecipare a un’esperienza virtuale. È solo una postazione di tecnologia, il resto devo scoprirlo da me.

Ancoro un piede a terra per ingannare metà del mio cervello, e concedo all’altra metà la libertà di credere a una geografia virtuale con bussola, prospettiva e punti di riferimento assiali diversi da quelli a cui sono abituato.

Mi sto preparando a quella che si definisce una piena immersività in una realtà diversa da quella reale.

Mi è piaciuta anche stavolta, come la mostra virtuale di Van Gogh a Pozzuoli. Mi piace che la quota di storytelling costruita dando voce narrante in prima persona al pittore-autore-protagonista, incarnato da un attore reale.

Mi accoglie, mi saluta, mi invita a entrare nel proprio studio (la discrepanza tra la sua verità fisica e l’ambiente virtuale è notevole), mi confessa i propri sentimenti dell’arte.

In questo primo atto del viaggio virtuale c’è la conoscenza di un uomo che ha cercato mondi da dipingere.

 

 

Poi inizia il viaggio. Che spiacevole sensazione quella di essere a bordo di un carrello da luna park e di muovermi su un binario troppo alto rispetto a una normale seduta.

Quando sono sospeso in un (vero) universo dorato mi tornano le vertigini, perché non sento la “terra sotto i piedi” e non oso guardare “in basso”; la sensazione di cadere nell’infinito è “reale”, per fortuna mi distraggo osservando come nascono dal nullo le forme.

È l’anima della pittura di Klimt, è una Madre generatrice. Texture, soldi e mesh che si scompongono e si associano: il pittore vuole farmi capire il suo pensiero e la sua visione, la sua metafisica.

 

Le tele di Klimt in virtuale

Arrivano i quadri, e durano poco, purtroppo.

 

È il secondo atto di un viaggio da un capolavoro all’altro, è troppo breve, solo 15 minuti. Opere-ecosistemi, scenari che associano personaggi, paesaggi, e oggetti secondo un filo artistico e tematico.
Le attraverso come porte che obbediscono al mio passaggio, a volta troppo velocemente e a scatti. Difetti di programmazione.

 

È poco ma quanto basta per stimolare idee, riflessioni, visioni di un futuro che ci attende con una virtualità crescente.
Mai sarà una sostituzione, quanto sicuramente un alleato nella didattica, nell’intrattenimento, nella simulazione, nella ricerca e nel gioco.

 

Ho voglia di restare lì, di dissociarmi dalla realtà, dovrei tornare al caldo afoso, al traffico, ai rumori, alle preoccupazioni. Che freschezza quel bosco, quei fiori, quel melo, e la campagna con le galline e il puledro, non si vede, ma si percepisce.

 

Dico grazie al mio cervello e grazie alla realtà virtuale, insieme funzionano bene. Ha funzionato l’immersività: sono avvolto in un’altra realtà, mi sto perdendo in essa, sto decidendo di abitarci.

 

Le tele dorate sono ricostruite come tableau vivant, con attori bravi a restare fermi in posa (qualche refuso di grafica 3D si nota) o capaci di scambiarsi baci e affettuosi gesti erotici.
Sono alti, giganteschi, un po’ troppo rispetto al “me” virtuale che ci passa accanto. Come quando, da bambino, collocavo pastori di varia grandezza nel presepe senza rispettare le proporzioni e la profondità di osservazione.Negli ultimi minuti ritornano le vertigini: sono in un altro universo, mi sembra una Stanza dello Spirito.
Credo di trovarmi proprio dentro al cervello di Klimt, perché mi sembra simile a una coscienza senziente, con tutte i ragionamenti, i simboli, le matrici.

 

Il racconto arricchisce l’arte virtuale

Lui, Klimt, voce narrante, mi ha sempre accompagnato spiegandomi genesi, motivazioni e ispirazioni dei suoi quadri.
Mi saluta, pronto per ricominciare in loop a chi si siederà dopo di me sullo stesso sgabello, e commenta il grande Albero della vita:

 

«La vita è solitudine e riconciliazione, ma senza la morte non avrebbe senso tutto il suo ciclo».

 

Non me l’aspettavo, il  finale serio, drammatico, forte del terzo atto di questo viaggio. Però mi chiama amico, e si rimette il cappello.

 

dettagli della mia esperienza alla mostra di Klimt in virtuale

dettagli della mostra di Klimt in virtuale

 

Cosa desideravo? Interattività. Queste esperienze accorciano le distanze tra l’arte e la nostra vita, e ti immergono così dentro i palcoscenici ricostruiti che ti viene voglia di toccare, cambiare direzione, fare qualcosa.

Per questo motivo il format delle digital exhibition resta nel limbo dello storytelling immersivo virtuale non-interattivo.

Avrei voluto vedermi le mani e piedi, attivare qualche animazione, scegliere di esplorare un dettaglio, parlare con quei manichini, muovere i contenuti della storia.

 

Conclusioni

Continuerò su questa strada.

Continuerò a credere nelle tecnologie che aumentano la creatività, continuerò a credere nella narrazione come unica forma di comunicazione genetica che connette le persone ai luoghi e alle esperienze nel passato, nel presente e nel futuro.

Il digital storytelling di Klimt in virtuale, infatti, è ospitato nella Sala auditorium della Casina Pompeiana che celebra le Belle Arti, lo leggo sull’architrave dell’ingresso quando esco nella Villa Comunale. È l’ottava arte.

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